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TEATRO ASSEMBLEA di e con Paolo Rossi

Paolo Rossi per queste imperdibili, uniche e irripetibili prime cinque giornate al Miela (29, 30, 31 marzo e 1, 2 aprile) del  suo “Teatro Assemblea” sembra fare sul serio. D’altronde conosciamo bene quella battuta che recita che il genere comico va fatto molto seriamente.

Ci dice infatti Paolino “Little King”: “Il teatro assemblea è una forma o teatralità conviviale non più rimandabile a tempi migliori…. nel senso di normali. Per un operatore/attore o chiunque agisca nel settore del sano - e ripeto sano - intrattenimento era già, e sempre di più lo sarà, la normalità il primo problema”.

Paolo Rossi da tempo si pone la questione. Ne fanno fede i suoi spettacoli, quelle sue serate di ‘delirio organizzato’ che hanno sempre cercato di rompere normalità, ‘quarte pareti’ e riti e miti consolidati del teatro vecchio stile. Come sappiamo, però, molto è cambiato nel panorama che ci circonda e, dice sempre Rossi, ultimamente gli è anche capitato anche un fatto: “Tenevo una lezione spettacolo non recitata in un liceo occupato di Milano, quando una ragazzina diciassettenne - o più su che giù da lì - , disinvolta e con le gote rosse segnale di innocenza, ma prossima allo smarrimento nelle veglie che l’edificio scolastico in questione orgogliosamente in autogestione... Insomma la innocente e disinvolta ragazzina mi poneva improvvisamente una terrifica domanda: mi scusi, mi ha detto, ma dopo tutto quello che è accaduto (pandemia) e sta accadendo (guerra), il teatro, il cinema, o il cabaret in piedi (che loro chiamano stand up) rimarrà imperturbabile e uguale a quello del secolo scorso? E insomma, ecco qui nei fatti, al Teatro Miela, quale sarà la mia risposta: il teatro assemblea.”

E ce lo spiega, anche se a modo suo: estrae improvvisamente un foglio spiegazzato, sale su una sedia e poi, con piglio da lettore di un manifesto delle avanguardie storiche (ma ridacchiando anche un po’), ci declama: “Un evento, un rito, un appuntamento del consorzio umano! L’illegale esperienza dell’incontrarsi divertendosi, dove il luogo denominato teatro diventa spazio di relazioni umane, sociali. E lo spettacolo sia solo un pretesto o, meglio, una calamita di qualità per riunire persone che facciano conoscenze dal vivo e non dal morto, dando cosi un senso che si riferisca anche a qualcun altro oltre a se stessi! Lo spettacolo come magnete sociale... Potrebbe essere definita una serata simil futurista, ma preferirei chiamarla serata senza futuro, nel senso di senza possibile replica! Nel considerare tutto autoironico nei tempi che viviamo, ma soprattutto nel suo carattere di evento irripetibile. E soprattutto rivolto ai canoni del teatro chiesa integralista e della ripetizione coatta ed esclusiva dell’ego dell’artista del momento già diventato in quel momento monumento!”

Poi, più pacatamente, con cambio di ritmo da grande intrattenitore, ci spiega: “Sarà uno spettacolo giocato col pubblico e non giocato al pubblico. Di questo varietà - chiamiamolo così per ora, posso dire ora i momenti che potrebbero essere fondamentali. Una sera si, una sera no, un’altra anzi che no...

  • Un immenso futuro repertorio di Rossi
  • Numeri da disillusionista per ricomporre coppie presenti in sala (coppie malmesse e chiaramente zoppicanti) o formarne di nuove.
  • Il far precipitare il malcapitato spettatore in una barzelletta oscura.
  • Film, proiezioni, video, commentati con colonna sonora dal vivo.
  • Breve rapido corso di recitazione per esseri umani in difficoltà in certi teatrini della vita.
  • Canzoni recitate cantando o monologhi cantati e comunque tanta tanta improvvisazione pronta e calda che chiamerei più onestamente delirio organizzato.

Il Teatro Assemblea potrebbe avere quindi anche una specie di funzione terapeutica?, gli chiediamo.

“Il teatro assemblea è un assemblaggio, frammenti, storie, schegge, ospiti fuori luogo. Momenti senza senso che dovrebbero comunque rasserenare il pubblico, dal momento che si accorgeranno che il caos che ci circonda non lo vivono solo loro, ma anche gli artisti. Perché neanche gli artisti conoscono la formula per uscirne. E quindi almeno allegri! Che il nostro ridere e divertirsi fa male al re e lui non diventa per niente trieste se noi piangiam! ...Il tutto servito con ritmo, si spera, dato che non dipende solo da noi...”