Teatro e Cabaret

I FIGLI DELLA FRETTOLOSA laboratorio

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Il laboratorio è rivolto contemporaneamente ad attori e allievi attori vedenti e a persone non vedenti o ipovedenti. I partecipanti prenderanno parte al lavoro di costruzione dello spettacolo e parteciperanno direttamente alla messa in scena!

Il laboratorio avrà inizio il 5 novembre e verrà svolto tutti i giorni fino al 9 novembre compreso, con un orario giornaliero indicativo di circa 5 ore (l’orario di inizio saranno comunicati più avanti, solitamente il laboratorio si svolge nel pomeriggio).

Gli allievi, partendo da piccole storie biografiche, affronteranno il tema della diversità, della crisi e della perdita, sia come racconto di un’esperienza personale fortemente caratterizzante, sia come metafora di una condizione esistenziale che oggi, sempre più sembra somigliare alla condizione esistenziale di un cieco (precarietà, instabilità, assenza di prospettiva).
Il laboratorio viene messo in pratica facendo perno su diverse tecniche teatrali (training fisico, training vocale, esercizi di improvvisazione verbale, di improvvisazione scrittoria, di analisi e indagine della scena).

Opere propedeutiche:
● “Cecità” di José Saramago (letteratura)
● “La locanda della felicità” di Zhang Yimou (cinema)
● “In fondo agli occhi” di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari (teatro)

L’idea del laboratorio nasce da Gianfranco Berardi, attore e autore non vedente, e da Gabriella Casolari, attrice e autrice, che con la propria compagnia, in maniera reale e in maniera allegorica, utilizzano il tema della cecità e della mancanza come perno della propria poetica.
Il progetto prende spunto da uno dei precedenti spettacoli della compagnia: “In fondo agli occhi” (regia di César Brie) in cui la cecità è affrontata in maniera tragicomica come malattia da cui è afflitto Gianfranco, del quale Gabriella si prende cura, e come metafora della condizione in cui viviamo e in cui vivono le giovani generazioni oggi. È proprio ricollegandosi a quest’opera e alle sue cifre espressive (comicità, ironia e poesia, autobiografico e universale) che il laboratorio intende sviluppare la sua ricerca. L’intenzione è quella di condurre i partecipanti alla creazione di un atto unico in cui raccontare se stessi possa essere una maniera per raccontare il mondo e, al contempo, in cui raccontare la realtà che ci circonda possa essere il pretesto per conoscersi meglio.
Di piazza in piazza l’indagine si sviluppa e modella sugli utenti e gli attori coinvolti, aggiungendo di volta in volta particolarità all’intero percorso. I nuovi elementi ampliano lo spettro d’azione della ricerca e permettono di unire racconti autobiografici a narrazioni del contemporaneo, riflessioni personali a frammenti di grandi classici.
In quei giorni si lavorerà a trasferire la partitura fisica (azioni ed immagini) del coro ai nuovi attori della realtà coinvolta e contemporaneamente si indagherà per cercare insieme agli stessi quei racconti in grado di rendere originale ogni volta il percorso, nel tentativo di costruire un’opera tragicomica in cui teatro e vita, finzione e realtà si fondano e confondano, si incontrino e scontrino per portare alla luce la nostra umanità.

Lo spettacolo affronta la questione della diversità, in particolare della cecità, e del senso che il “vedere” oggi ha, in un mondo iper-eccitato da un bombardamento di immagini e suoni che stanno alluvionando i nostri sensi forti: la vista e l’udito. Il punto di vista è quindi quello di un cieco, di chi guarda ma non vede, di chi sente la realtà, di chi percepisce differentemente, ed è sia un punto di vista reale, in quanto limite fisico, sia un punto di vista metaforico, in quanto condizione esistenziale.
Lo spettacolo ha debuttato per la prima volta nell’ottobre del 2019, e nasce a partire dai singoli laboratori realizzati di volta in volta in diverse città. Durante queste esperienze laboratoriali gli artisti si sono resi conto che un coro composto da persone non vedenti, con i loro bastoni bianchi e i loro occhiali scuri, possono essere l’immagine più rappresentativa della nostra società, l’allegoria di un popolo cieco, smarrito, che vive in una condizione permanente di instabilità, di assenza di prospettive. Da queste considerazioni è nato il desiderio di approfondire l’indagine con un progetto teatrale che si interroghi su tre domande:
Cosa vedo oggi nel mondo che preferirei non vedere?
Cosa non vedo più oggi nel mondo che vorrei tanto tornare a vedere?
E soprattutto cosa vuol dire oggi vedere?

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