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L’ULTIMA SPIAGGIA

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regia di Thanos Anastopoulos e Davide Del Degan
Italia/Grecia/Francia, 2016, 119’

A Trieste esiste uno stabilimento balneare, soprannominato il Pedocìn, diviso a metà da un muro che arriva quasi fino al mare: da un lato soggiornano le bagnanti donne, dall’altro gli uomini. In una città che è da sempre terra di confine, dove le migrazioni sono una tradizione millenaria e gli opposti nazionalismi coesistono più o meno pacificamente, la tradizionale divisione di genere del Pedocìn resiste, con il beneplacito di tutti.
Thanos Anastopoulos e Davide Del Degan, l’uno greco trapiantato a Trieste, l’altro triestino doc, raccontano insieme questa realtà unica nel suo genere e ne fanno la cartina di tornasole di molte problematiche contemporanee legate all’immigrazione e all’accoglienza, al senso di identità e di appartenenza – di genere, di patria, di razza o religione – ricordando (come fa ogni triestino) che l’alzata dei muri non è una novità ma un tentativo ricorrente di tenere le persone “una di qua e una di là”.

Sono nato e cresciuto ad Atene, e vivo a Trieste da otto anni, l’età di mio figlio. Ho scoperto con lui la spiaggia del Pedocìn, dove intere generazioni di bambini nati a Trieste hanno mosso i primi passi. Avendo trascorso la mia infanzia sulle spiagge dell’Attica, in una città di mare come Trieste mi sono ritrovato a casa, e ho cercato differenze e similitudini con i luoghi delle mie origini, e questo mi ha portato a riflettere molto sulle frontiere, le discriminazioni, l’identità nazionale e quella sessuale. Un muro nel bel mezzo di una spiaggia, nell’Europa dei nostri anni, rimette in discussione tutti i nostri fondamenti. È così che è nato questo progetto, e ho iniziato a frequentare la spiaggia già durante l’inverno, stabilendo un legame di fiducia con gli impiegati dello stabilimento e con i frequentatori assidui del luogo. Seguendo il loro ritmo quotidiano, scandito dal tempo e dalla natura, mi sono accorto che davanti a me si stava schiudendo un intero microcosmo.
(Thanos Anastopoulos)

Conoscevo bene questa spiaggia e le mille storie che sono diventate la linea narrativa del film: ne avevo già respirato le atmosfere, avevo ancora nella memoria i volti di quei personaggi in carne e ossa, portatori fragili di umanità. Perché al Pedocìn mancavo da molto tempo, ma è dove sono cresciuto e dove ho lasciato il mio cuore. Scoprire le proprie radici, dopo tanti anni, è stato catartico. Riconoscere le piccole e grandi avventure umane che in uno spazio così piccolo si possono incontrare, ritrovare la varietà e la forza dell’umanità, è stata l’energia che ha dato forza a questo progetto.
(Davide Del Degan)